Kenshiro, mr. tre secondi…

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Di tutti i cartoni che ho seguito (davvero troppi, secondo mia moglie) è l’unico di cui riesco a ricordare cosa stessi facendo subito prima di accendere la televisione e assistere, incredulo, alla sua prima apparizione. Traviato da una partitella di calcio che mi aveva tenuto lontano dal lato oscuro del tubo catodico, mi ero perso la prima puntata, quella in cui Zeta viene colpito duecento volte nel tempo in cui un uomo normale si mette le mutande.Al secondo appuntamento, però, sono arrivato appena in tempo per assistere al “colpo spaccamontagne” e vedere la faccia di un energumeno aperta in due col taglio della mano. Estasi.

Dopo una guerra atomica tanto devastante da far sparire anche gli oceani, ma il cui fall-out si è risolto in un paio di giorni, il mondo si trova catapultato sul set di Mad Max, masenza Tina Turner. L’impalcatura sociale si è sgretolata, girano più armi da taglio che zappe, la legge del più forte regna sovrana, forma estrema di capitalismo liberista.

Lontano dallo scorrere del tempo, in un luogo pressoché inaccessibile, si insegna da oltre due millenni una disciplina esagerata, l’arte di far saltare in aria arbitrariamente chiunque te le faccia girare, con la sola imposizione delle mani. Ecco la sacra scuola di Hokuto.

Il vecchio maestro, come tutti i vecchi maestri, deve scegliere il successore tra i suoi quattro discepoli-figli. Il più anziano è più forte di tutti i 300 spartani delle Termopili messi insieme, ma il suo profilo psicologico sconsiglia di attribuirgli chiavi in mano i super poteri di Hokuto. Il secondo ha un’inclinazione messianico-gandhiana che ha poco a che spartire con l’incarico, mentre il terzo è un imbecille da esposizione, la cui presenza tra gli allievi non si giustifica in alcun modo.

Dunque, per esclusione, il venerabile sceglie Kenshiro, il più giovane e inesperto dei quattro, ma anche l’unico ad aver già una donna al suo fianco, e questa sua passione per la topa è segno di salute mentale, e perciò, da sola, vale la successione.

 

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Family day e amore eterogalattico

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Ataru e Lamù:
Ataru Moroboshi è una sorta di antisamurai. Il Giappone teme lui e quelli come lui molto più di qualsiasi kaiju emerso dalle acque del Pacifico. Del tutto immune ai modelli di valori, al senso del dovere e al sistema-scuola, Ataru è indolente, fannullone patologico e ossessionato dal pensiero topa-centrico. Insomma, appartiene alla categoria di persone con cui è difficile convivere e che una madre picchierebbe con l’aspirapolvere mentre poltrisce sul divano di casa, ma come protagonista di un manga o di un anime ha pochi rivali.
In qualità di personificazione del fallimento, più che un eroe sarebbe un perfetto capro espiatorio. Magari è per questo che il computer l’ha scelto per contrastare l’invasione aliena, o per spalancarle le porte con la sua mediocrità. Le sorti del mondo si giocano sull’elastico di un reggiseno, bizzarro effetto farfalla, e sulla trovata geniale di un giovane erotomane.
La salvezza della Terra costa ad Ataru il rapporto con la sua ragazza terrestre e riceve in cambio l’estorta convivenza con un’aliena che si è autoproclamata sua moglie e con un lanciafiamme volante che solo per caso ha le fattezze di un bambino.
Lunghi capelli verdi e fisico da modella, Lamù gira sempre con un bikini tigrato e diventa il sogno erotico di un intero liceo. Un’orda di adolescenti con un unico pensiero fisso in testa si scorda le corna, i canini da lupo e il fatto non trascurabile che il soggetto in questione lanci scariche elettriche. Con ogni evidenza, chi invidia ad Ataru la vicinanza con l’aliena, considera le donne alla stregua di un mero supporto che consente alle tette e alla topa di deambulare.
Il Moroboshi, in realtà, si trova al centro di un esperimento socio-familiare in precedenza solo abbozzato da Alcor e Maria (con l’attenuante che ad avvicinarsi a Maria non si rischiava di restare folgorati) o da Mork e Mindy. Chi sbava all’idea di avvicinare Lamù ignora quanto possa essere complicato convivere con un altro essere umano (uomo o donna che sia). Condividere l’intimità, lo spazio, il letto e mettere gli spazzolini nello stesso contenitore è spesso un salto nel vuoto e possono sorgere mille complicazioni anche se non rischi di rimanere folgorato quando la tua lei si avvicina all’orgasmo.
La vicinanza può diventare cattività, si può litigare anche per una tavoletta del water alzata o il tappo di un dentifricio vagante e se uno dei due vola, lancia scariche elettriche e può aizzarti contro un cognato sputa fuoco, le cose si complicano parecchio. Adolescenti di ieri e di oggi che avrebbero dato un braccio per non limitarsi al fai da te e hanno pensato “ah, io al posto di Ataru…” hanno capito col tempo e con l’esperienza che trovare la naturale collocazione del proprio membro non è la parte più difficile.

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Miwa, dove sono i calzini?

 

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Nel fallocentrico universo nagaiano, solo al maschio dominante spettava l’utilizzo di spade diaboliche, alabarde spaziali e (soprattutto) missili centrali, mentre la donna-spalla poteva al massimo scalfire la dura scorza del mostro di turno, sparandogli addosso una tetta.
Tanto più per questo Miwa brillava di luce propria rispetto ad altre quasi-inutili comparse (dal punto di vista bellico intendo, la proto-libido stuzzicata in una generazione di imberbi è un altro discorso). Con l’eterna acconciatura da donna d’altri tempi, ritirata e ignara dei piaceri della carne (e di qualsiasi altro piacere in generale), questa lanciatrice professionista di componenti non solo affiancava il robottone d’acciaio in battaglia, ma gli era addirittura indispensabile.
Diciamo le cose come stanno: senza Miwa, Hiroshi era solo un tizio che, favorito dalla peculiare orografia della sua zona, aveva la facoltà di trasformarsi in un’enorme testa metallica, dopo essersi gettato da un dirupo.
Se le altre coppie di fatto dei mecha lasciavano trasparire un rapporto sentimentale al suo inizio, la relazione tra Miwa e l’uomo-testa ricordava più il dualismo moglie-marito, se non addirittura madre-figlio o badante-ottuagenario. Inoltre, col carattere mestruale di Hiroshi, la poveretta doveva portare una pazienza disumana. E poi, nel momento del bisogno, il grand’uomo non trovava nemmeno i calzini o frignava come la domestica di Rossella O’Hara.
Nel nostro immaginario, forse anche nell’inconscio, Miwa è la rappresentazione della donna che fa il possibile (e oltre) per marito e figli, senza gloria e senza chiedere niente in cambio. Ma in confronto alla sua organizzazione e alla serenità che sa infondere, anche l’uomo arrivato e di successo è solo un bambino che continua a giocare. E Hiroshi è libero di “farsela passare” bighellonando in moto.

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Cattiveria un tanto al…Kilo

 

Dileggiato, esposto al pubblico ludibrio, preso a pernacchie e insultato abbastanza anche per le prossime generazioni, Adam Driver risulta comunque perfetto nei panni di Kilo.
Quando si toglie la maschera, in ogni cinema del mondo si diffonde un mormorio che, nei casi più gravi, copre persino il dolby surround. E sorge immediata una domanda: “Tutto qua? Chi è questa scoreggina? Vuoi mettere col cattivone mascherato della trilogia originale?”
La stessa cosa che il personaggio Kilo Ren pensa ogni mattina guardandosi allo specchio, rincorrendo il sogno di essere come il nonno materno. Del tutto inadeguato, emotivo come una mucca rendena, principiante, anzi, turista della Forza, e finito per caso in un gruppo di estrema destra, pur di sentirsi un duro. Non sarà mai come suo nonno, lo sappiamo bene noi, e lo sa pure lui. Eppure il solo pensiero lo fa puntualmente sbroccare.
Abrams ha visto giusto. Conoscendo l’integralismo di molti affezionati e il peso di Dart Fener nell’immaginario collettivo, chi mai potrebbe rivaleggiare con il cattivo per antonomasia, ingigantito e mitizzato da oltre trent’anni di ricordi e nostalgie. Anche se avessero infilato maschera e mantello ad un quattro assi della Iveco o a un palestrato colossale, abituato a far colazione con cherosene e filo spinato, non sarebbe stato sufficiente, perché lo jedi nero rimane il “male” in persona.
Lombroso ha scritto un sacco di fregnacce: la crudeltà non è direttamente proporzionale a fronte bassa e mandibolone. Insomma, il mostro di Milwaukee faceva forse paura? Dove sta scritto che un serial killer invasato non debba avere le orecchie a sventola?
Kilo non è la strega Malefica, bidimensionale nella sua cattiveria biologica, impersona invece una forma più banale del lato oscuro.
Esattamente come il piccolo Michael di Mary Poppins, Kilo è figlio di un padre assente (in realtà dal film non si evince, ma voi Han Solo papà come lo immaginate?) e di una madre rivoluzionaria (un po’ più di una suffragetta a dire il vero). E, soprattutto, è un figlio del quale i genitori, distratti o premurosi che siano, ignorano i sentimenti, tanto superficiali quanto profondi, il figlio che si crede di conoscere ma che, in realtà, nella solitudine della sua cameretta può chattare col lato oscuro, qualsiasi forma esso assuma.
Dunque il nostro non rappresenta il male monolitico e inattaccabile di Dart Fener, bensì un “cattivo” più banale, sfuggente, tormentato da sofferenze pregresse, sostanzialmente immaturo e viziato: la belva che potremmo ritrovarci in casa e che, proprio per questo, fa ancora più paura. E qui non c’è alcuna Mary Poppins che piova dall’alto a salvare la situazione. Nonostante il Natale appena trascorso…

 

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Effetti collaterali…

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Il nuovo giorno sorprese la capitale della marca straripante di fuggitivi…

Quest’immagine mi accompagna da una vita. L’ho scovata sfogliando un’enciclopedia (strumento antidiluviano pre-digitale) per poi ritrovarla nel sussidiario di quinta elementare. Le facce impaurite della foto ritornano sempre uguali, a tutte le latitudini e in ogni epoca.

“Il nuovo giorno sorprese la capitale della marca straripante di fuggitivi. Accampati ovunque, nelle piazze, sotto le mura o a intasare le strade, tollerati a fatica dai loro simili, nati poco più a est del confine…”

 

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E poi li ho trovati…

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“…sono curioso di sapere in quale modo modo intendete superare il gradino.”

Ho trovato un confine senza muri, invisibile, sorvegliato da guardiani celati nel terreno, impassibili al sonno, alla fame e alla sete, longevi come nesuno tra gli umani cui sono asserviti. I muti guardiani sembrano dormire, ma sono pronti a balzare fuori dai loro nascondigli per azzannare chi osa violare la linea immaginaria che separa il torto dalla ragione…

“Qui entra poca gente, non è facile trovare questo posto, e anche voi non siete giunti per caso.”

“Dunque onorate sempre così quelli che riescono a entrare?”

“…non farò domande sullo scopo del vostro viaggio, ma sono curioso di sapere in quale modo intendete superare il gradino?” (La legge dell’oblio, p.68)

 

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UN CACCIATORE DI CONFINI

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“Lord Cavu è quel che si può definire un cacciatore di confini”

Il ragazzo che scarabocchiava confini si mise, poi, a cercare quelli veri.     Cominciò a capire che  la realtà poteva piegarsi alla smania di fantasie grottesche.  Erano sorti così: il grande muro che separava gli abitanti di una stessa città, le lunghe linee rette che tagliavano a spicchi l’Africa, i campi minati a fare da sentinella.

Dovevo vederla una di quelle linee, presto o tardi ci avrei messo i piedi sopra…

“Lord Cavu è quel che si può definire un cacciatore di confini. Si diverte a passeggiare, rimanendo in equilibrio sulle linee di demarcazione.”               Il cartografo sorrise, increspando i baffi. “Voi preferite disegnarle, quelle linee.”                    p.25 Legge dell’oblio

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